Il tedesco, la messicana e la Faja senza tempo.


Alcuni posti hanno delle qualità che vanno oltre le semplici caratteristiche fisiche/meccaniche/morfologiche dei luoghi.

Una montagna è alta, una spiaggia è estesa, una cittadina è colorata. E tutte queste qualità possono essere apprezzate in modo più o meno obbiettivo, anche da seduti, a casa, semplicemente guardando una foto.

Poi ci sono altre qualità che possono essere apprezzate solo se il posto lo ammiriamo in prima persona, con i nostri sensi: la stessa montagna può essere alta e minacciosa; la spiaggia, estesa e odorosa di mare; la cittadina colorata e viva.

Poi c'è tutto quello che un posto ti dà, se lo vivi. Camminandoci, correndo, in bicicletta... O anche in macchina, come le strade e gli spazi americani.

Fatto sta che queste sensazioni non possono essere immortalate. Ma possono essere raccontate, forse.

Sono seduto in un aereo ad elica bimotore, con il suo pulsare e rombare che, in qualche modo, lo rende più intimo, meno impersonale del solito boeing ryan/easy/vueling/wow con il quale, ormai, si viaggia con la stessa frequenza con la quale saliamo sulle nostre macchine. E che non regala più nessuna emozione, dove non c'è più niente di nuovo.

Questo aereo invece è diverso. Subito, entrando, si è colpiti dalla sua dimensione ridotta, in un'unica occhiata si abbraccia l'intera cabina. Ed in questo volo, da Sao Miguel a Sao Jorge, siamo solo una ventina di passeggeri, con abbastanza spazio per sentirsi quasi soli. Tanto da farmi immaginare di essere in un volo privato, organizzato per me, dal governo delle Azzorre in quanto..boh.. Esperto di trekking? Va beh...

L'aereo decolla, ripido e vibrante, e ci porta velocemente sopra le nuvole. Mare di luce e blu e di bianco sotto di noi. Con la stessa intensità, dopo brevi minuti, riscendiamo il mare di nuvole. Questa volta il blu è sotto di noi, il bianco è sopra e alla nostra destra e sinistra due identiche strisce di terra, squadrate, esattamente alla stessa altezza dalla cortina di nubi che ci sovrasta.

Tanta è la loro somiglianza che sembrano l'una il riflesso dell'altra.

E sono perso in pensieri geografici: “Veniamo da est, non abbiamo fatto virate, l'isola di Pico è a sud di Sao Jorge... Quindi, quella è Pico... Eppure Pico è più grande... E dove è il vulcano?” E mentre cerco di capire quale sarà la nostra meta finale, il pilota mi dà risposta con una virata secchissima verso destra, mi spinge sul sedile e ci pone perpendicolari al mare e direttamente sopra Sao Jorge dove atterriamo nel giro di pochi, troppo pochi, secondi.

Poi inizia il rituale frenetico che accompagna l'arrivo in ogni isola, il tempo si comprime e tutto avviene molto velocemente:

Ritiro dello scooterone a noleggio - libertà sotto forma di motore a due ruote - “Sì, so guidare uno scooter” “No, non lo farò cadere. Firmo qui?” Grazieciaooooo. Visita all'ufficio di informazione turistica - saccheggio e scelta della meta.Corsa folle verso l'ostello, spesso dall'altra parte dell'isola. “Questo è il tuo letto. Lì ci sono i bagni. Colazione è alle otto.” Cambio di vestiario alleggerimento zaino corsa folle verso il cammino prescelto.

All'attacco del sentiero, dove il tempo ri assume il suo normale scorrere, trovo un tour di tedeschi, con un collega guida alla loro testa. Scambiamo qualche opinione sul sentiero, che saranno 800m di dislivello in discesa, poi 7km sulla costa. Mi dice che non c'è modo di fare un anello. Mi dice che non ne vale la pena di fare i 7km sulla costa. Mi dice di arrivare alla Faja, dare un'occhiata, e tornare indietro.

MEH! Sainasegatecrucco - è il mio pensiero - e giù mi butto, con velocità di frana che scende, di camoscio che salta di roccia in roccia, di rondine che vola a fior di costa, per questo sentiero che si muove lungo brevi creste e poi giù di traverso, tagliando i pendii, ripidissimi, fino ad una nuova cresta. Piccole valli si aprono e chiudono, con uno spicchio di mare, laggiù in fondo, chiuso tra due scogliere, dove un'immagine perfetta di linee verdi, blu e azzurre si forma.

E la perfezione degli scenari, che spesso in queste isole ho incontrato, si ripete anche oggi. E sono quegli scenari che ti fanno veramente pensare che ci sia un disegno preciso dietro il nostro mondo. Incorniciata da queste linee naturali, in maniera talmente perfetta da sembrare, appunto, voluta, c'è l'isola di Terceira, che risplende come un gioiello nel sole a contrasto con le scure nubi che invece sovrastano la mia, di isola.

E giù continua ad andare il sentiero, adornato di ortensie blu e rosa e di eriche così grandi da sembrare alberi. Quando non sono giungla, i versanti delle valli sono ordinati pascoli dove poche, fortunatissime, vacche brucano indifferenti della tua esistenza.

---- Più sto in questo posto e più sono convinto che questo luogo, le Azzorre, siano la prole geomorfologica non riconosciuta di una notte amorosa tra un seducente stato del sud america e la composta e fredda svizzera. Non abbastanza montante per essere elvetiche e troppo poco esotiche per essere accettate ai tropici.

Isole orfane, lasciate in balia di uno zio generoso ma irascibile, come l'Atlantico ----

Poi altre creste, pendii, impluvi con cascate e lo spicchio di mare che si fa sempre più ampio all'orizzonte.

E giù continua a scendere il sentiero e le parole del tedesco risuonano nella mia testa insieme ad ogni passo che faccio verso il basso, conscio del fatto che dovrà essere ripetuto da un ben più faticoso fratello verso l'alto. Il dubbio si instaura dentro di me, mi sento stanco e mi chiedo se valga la pena farsi sta sfacchinata. È il quinto giorno di trekking e domani voglio scalare la Montanha do Pico. Va bene, Ok, piano: “Arrivo giù, occhiatina alla Faja, e rapida risalita, così per le 15 sono in struttura e mi faccio mezza giornata di riposo.”

Mi sento sempre più spossato, in questa discesa infinita verso il mare. L'umidità in queste isole rende ogni passo più pesante ed io mi sento seriamente senza energie, qualcosa di più di semplice stanchezza. Di nuovo il lato oscuro della mia mente, cullato dalle parole del biondo germanico, prende lentamente il sopravvento. Arrivo alla base della faja quasi arrabbiato con la Natura per aver reso questo luogo così difficile da accedere.

Mi siedo. Mangio senza voglia. Quasi mi addormento. Poi arriva una famiglia da un sentiero e gli chiedo se c'è la possibilità di fare autostop alla prossima faja a 7km da qui...Mi dicono che non lo sanno, ma che c'è un caffè nel villaggio e che forse, lì, sapranno dirmi qualcosa. Stancamente, mi trascino, strusciando ogni singolo passo, annoiato e spazientito, fino a questo baretto.

Poi.

Tutto.

Cambia.

Il bar, di basalto nero e intonaco bianco, ha un bellissimo patio, a colonne, che incorniciano gli scorci davanti ad esso. Nel patio ci sono due persone. Sono sedute ad un tavolo e bevono un caffè. Al mio arrivo si girano entrambi, e dopo esserci salutati in portoghese passiamo all'inglese:

Have a seat! Dicono

You don't mind? Dico io, pensando che fossero una coppia.

Of course not!! Rispondono

Così, poso lo zaino, ordino un espresso doppio e mi siedo con loro. Loro sono Daniel, surfista ceco e Choro, viaggiatrice messicana di una bellezza incredibile. Ha gli zigomi ampi ed il naso piccolo e piatto dei tratti originari del Sud America ma è adornata da colori totalmente lontani da quei geni. D'oro sono i suoi capelli come d'oro sono i suoi occhi. Un trionfo di miscuglio genetico che urla di colonizzazione, di migrazione, di guerre e di storia e di storie di uomini ed umanità. E che il frutto di queste storie, sia qualcosa di bello, mi rasserena e da' speranza.

Beviamo i nostri caffè e parliamo: Chi sei reciproci. Cosa facciamo oggi e cosa abbiamo fatto. Le Azzorre. Il viaggio ed il viaggiare. Il surf, la vela ed il camminare. Choro disegna su di un grande quaderno e i suoi disegni seguono gli argomenti della nostra conversazione. A volte stiamo zitti. Guardiamo il quadro naturale incorniciato di fronte a noi.

Io guardo l'orologio ritardando di 15 minuti in 15 minuti il mio rientro verso l'alto. Poi Choro mi dice che la strada da qui all'altra Faja, i famosi 7km, sono veramente belli. Ma il piano dice di tornare indietro e... E... E a volte i piani non vanno seguiti. E mi abbandono completamente al momento. Sticazzi il piano. Fuck it. Ed in quel preciso istante il mondo si rivela in modo totalmente diverso. Come se prima fossi bendato. Come se un velo mi impedisse di vedere tutta la bellezza del luogo che avevo raggiunto. Anche la sua irraggiungibilità, che fino un momento prima mi infastidiva, ora diventa un pregio ed improvvisamente non me ne voglio andare.

Passano un'ora o due, in quel baretto, in cui altri, pochi, singoli, camminatori si uniscono al nostro tavolo per un caffè e per chi sei e dove vai. Nel soffitto del bar, al suo interno, sono appesi centinaia di pezzetti di carta con note, saluti e pensieri dei viaggiatori che si sono riposati in questo luogo. Fuori invece, dal patio, si vede la Faja.

Oh, ooooh, e che cosa è sta Faja? La faja è un mondo a sé stante. Una bolla di realtà veramente lontana da ogni tipo di luogo a cui siamo abituati. È un incantesimo che si crea in poche decine di metri di terra tra l'ombra di scogliere altissime e l'incessante spingere dell'Atlantico.

Tecnicamente, è una pianura detritica creata dalla frana di un enorme pezzo di scogliera. Uno spiazzo di terra emersa e piatta, dove, a tutti gli effetti, ci dovrebbe essere l'oceano. E l'oceano reclama parte abbondante di questo spiazzo, creando una laguna chiusa a semicerchio da una lingua di detriti di basalto nerissimo che si allontana dalla scogliera.

Oceano blu, lingua circolare nera, laguna, campi verdi, scogliera altissima e verticale, verde anche lei, sulla quale rimbalza il suono delle onde. Lo sguardo verso l'oceano e la sua voce che arriva dalle tue spalle.

Poi c'è il villaggio. La mano dell'uomo, avida di spazi propri è arrivata anche qui... Verso l'Ottocento. Per qualche motivo andando avanti nella nostra storia abbiamo perso il senso del bello, dell'equilibrio ed armonia con gli spazi in cui vivevamo. Ma fortunatamente il villaggio nella Faja appartiene ancora al periodo in cui la bellezza e l'equilibrio erano doti innate di chi costruiva. I vialetti di terra rossa vulcanica, adornati di piante di aloe, sono perfetti. I muretti a secco di basalto nero delimitano i viali e gli orti, e le loro linee nere risaltano in contrasto con i colori naturali di questo luogo. Il villaggio, come il bar, è bianco intonaco e nero basalto.

Questa è la vista incorniciata dalle colonne del patio del piccolo bar della Faja. Orto, vialetto, basalto, aloe, laguna, basalto, oceano.

Tre ore passano, tra chiacchiere silenzi e caffè. E come avevo deciso di rimanere, sento il bisogno di ripartire. Saluto Choro e Daniel con affetto e senza nostalgia ed entro in questa bolla con occhi nuovi. Esploro tutta la lingua di detriti, resi morbidi da secoli di onde e scopro che la loro interazione con l'oceano ha il suono di fuochi d'artificio lontani. Cammino in ogni vialetto e guardo ogni edificio da ogni prospettiva possibile: verso il mare, dal basso verso l'alto, da vicino e da lontano.

Poi prendo la direzione che mi porterà alla Faja successiva e all'unica strada carrabile per accederci. Il sentiero si muove seguendo la costa del monte con una perfezione che letteralmente dà piacere alle gambe; sale di una quindicina di metri, si espone verso il mare aprendo nuovi scorci davanti e dietro, rientra verso l'entroterra scendendo per incontrare impluvi con rigogliosi cascate che scendono dalle scogliere fino a scontrarsi con il mare più in basso. Questo sentiero ha un movimento proprio a mezza spirale che si lascia percorrere con una fluidità quasi innaturale. Mi sento come un surfista che si muove dolcemente sulla parete di un'onda... Sì, questo sentiero è una linea sull'onda naturale della scogliera che attraversa.

Cammino lentissimamente, un passo al secondo. E ogni quattro passi mi fermo e guardo in tutte e quattro le direzioni. Dietro di me il villaggio e la sua laguna compaiono e scompaiono, illuminati dal sole o coperti da una nuvola, ma sempre diversi, nuovi e perfetti. Cammino pianissimo, 60 passi al minuto, 2km l'ora, perché per la prima volta in vita mia vorrei che questo sentiero continuasse all'infinito - Grazie Choro, penso -

Il corrimano di questo sentiero è di tronchi di erica, storti e fluidi, e scorrerci la mano o appoggiarcisi sopra per guardare il panorama da' un piacere incredibile . Davanti a me, appare, finalmente la Faja do Cubres, anche lei con la sua laguna interna e per un momento, perfetto, tutte due le Faja, do Cubres e do Santos Cristo, possono essere viste. Una davanti e una indietro.

Resto così, a voltarmi davanti ed indietro, per non so quanto tempo a cercare di spiegarmi le sensazioni che provo e che si tramutano in un sorriso, ma anche in urli e smanacchi di vario genere indirizzati ad una platea immaginaria.

Poi di nuovo questo posto mi rimette in cammino. Raggiungo la Faja do Cubres, esploro il suo villaggio. Incontro di nuovo il tedesco. Ci scambiamo uno sguardo con il quale io dico " wue, cumpa'! Eppure u'lavoro mio facissi... Ma cume'cazz è possibbile che mi dicess che stu sentier'acca nun stava 'bbuono ya?!"

E lui, in qualche modo, coglie perfettamente di essere in debito con me o con l'universo e risponde

"....... Zu you vant a lift ya?"

E io " ya"

E lui "ya it is goot karma"

Ed io "ya"

E questa è la storia del tedesco, della messicana e della Faja senza tempo.


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